Nascita ed evoluzione di un pensiero

Personal log del 10/06/37: primo invio
Questo brano è dedicato alla memoria
di Xavier Nuñez De Prado Y Guells
ed alla sua rivista Pensamiento.



Una decina d'anni fa, non appena Internet si rese diffusamente disponibile, una delle prime ricerche cui mi dedicai fu quella sulla sovrappopolazione. Si trattava di cosa di cui avevo sentito vagamente parlare, ma certo avevo pure già iniziato ad esperirla personalmente coi suoi tipici effetti: affollamenti e file dappertutto, impossibilità a trovare della buona terra sgombra da insediamenti umani, inquinamento diffuso e pesante, alti e crescenti costi della vita, etc.

Iniziai così ad esplorare la nascente grande rete alla ricerca di documenti che mi permettessero di capire cosa stava accadendo a detta di chi conosceva bene il fenomeno. Ed in effetti il materiale che trovai confermava ciò che già sapevo: la sovrappopolazione era un fatto obiettivo, non una ipotesi, bensì pienamente assodato e dato in progressivo continuo aumento.

Feci allora ciò che avrebbe fatto chiunque interessato: chiesi all'owner di un sito in lingua inglese di poter tradurre e pubblicare parte del suo materiale, avviando così un mio personale sito di studio. Contemporaneamente mi resi conto però che in qualche modo dovevo tradurre quell'argomento non solo nella lingua ma anche nell'ottica, nella prospettiva italiana, innanzitutto per capire io per prima per bene come stava la situazione e pure in maniera che i miei conterranei che non avessero voluto far da sè una loro ricerca avessero comunque potuto accedere ad una consapevolezza importante che governava, governa tutt'oggi, e governerà sempre più, pesantemente ed onnipresentemente la loro vita.

Cominciai così con lo scrivere una risoluzione d'interessamento a quel fatto complesso che mi appariva per molti versi ancora dominato da un enorme punto interrogativo e che per questo motivo chiamai: la questione demografica. In essa cercavo di presentare le ragioni per le quali una persona onesta avrebbe dovuto interessarsi a questo aspetto della vita ed in prima persona avrebbe dovuto trarne le proprie conclusioni. Diffusi questo brano un po' dappertutto in rete ed altrove, e, tradotto, lo vidi utilizzato pure in Australia, da una scuola, e negli USA, da un gruppo di ambientalisti durante pubbliche letture.

A quel punto però mi ero ormai ben reso conto che, quelle poche volte cui vi si faceva cenno, la sovrappopolazione veniva generalmente presentata qui in Italia come un fatto globale, planetario, mai localizzato pure sul nostro territorio. Visionando i dati disponibili in Internet relativi ai vari Paesi era invece evidente che si trattava di un fatto che riguardava espressamente l'Italia stessa, nonché gran parte dell'Europa.

Da questa consapevolezza nacque un interesse ancora maggiore in quanto mi sentivo coinvolto non più solo da percezioni personali bensì da fatti certificati. Iniziai così a riflettere ancor più profondamente sulla questione demografica, per giungere alla conclusione che la popolazione non poteva essere una variabile abbandonata a se stessa, la riproduzione non poteva essere lasciata senza alcuna informazione di sé, senza che vi fosse un feedback chiarificatore rivolto agli esseri umani che la attuavano.

Verificando che ormai praticamente in tutti gli ambiti della vita moderna si persegue una ottimizzazione, fu facile derivare che occorreva in qualche modo almeno minimamente relazionare la popolazione in base al territorio in modo da permettere una felice interazione reciproca tra il dato stabile, che non può esser ampliato a meno di invasioni verso l'esterno, dell'area su cui si vive, ed il dato variabile della popolazione. Il rapporto tra la quantità di popolazione ed il suo territorio viene espresso come densità demografica. Ebbene, desiderando vivere una vita felice, questo rapporto non poteva non tendere verso un valore ottimale.

Nacque così non un appello, bensì un invito ad una densità demografica ottimale sul territorio italiano (non mi sembrava affatto giusto che il lavoro che doveva essere fatto dalle autorità non solo stava venendo compiuto da una persona comune ma questa persona doveva pure supplicare un loro interessamento sulla faccenda; trattandosi per lo più di dipendenti pubblici a vita questa loro deficenza era comunque perfettamente comprensibile quanto naturalmente biasimabile).

Durante la campagna di divulgazione di questo invito, ai suoi inizi, ricevetti una graditissima lettera da parte di un ricercatore inglese che anni apprima era giunto alle mie stesse conclusioni e stava divulgando il concetto di Optimum Population, avendo già ben sviluppato i concetti su cui avevo appena iniziato a riflettere, anzi fondando un omonimo Trust per la diffusione di queste idee. Contemporaneamente invitava il mio Laboratorio ad essere parte di questa organizzazione che mancava di un suo rappresentante italiano.

Personalmente mi son sempre astenuto dal far parte di qualsiasi gruppo (il gruppo dà forza, al contempo privando però la persona di sensibilità: per questo si parla di "forze politiche", mai di "intelligenze politiche") ma in questo caso, non solo per la straordinaria similitudine d'interesse ed obiettivi che perseguivamo, ma anche per un fatto umano, avendo appreso poco dopo il nostro incontro epistolare che Mr. David Willey era purtroppo scomparso, ritenni questo suo invito come una specie di passaggio del testimone che fui onorato di ricevere.

Da allora le riflessioni sono continuate e così pure le diffusioni del materiale che producevo sulla questione demografica. Tutto sembrava rimanere immutato fintantoché mi resi conto di qualcosa che forse era già risaputo da altri ma che ai miei occhi non era ancora apparso evidente.

Lavorando, non mi fermo mai su di una sola questione, non procedo in maniera lineare. Quando non riesco ad avanzare in un dato campo o mi nascono nuove idee in un altro, passo a studiare e sviluppare nuovi temi. In quel tempo avevo iniziato a riflettere sullo sviluppo incondizionato dell'economia, una crescita ad oltranza, all'ultima briciola di risorsa ed energia.

Riflettendo su questo fatto, una vera assurdità date le nefaste conseguenze che se ne avevano, trovai una strana assonanza tra la crescita demografica e la crescita economica, entrambe perseguite così caparbiamente da meritare certo attenzione. Interrogandomi sul perché di questo stato di cose, cominciò ad apparirmi chiaro che gli stati perseguivano politiche di crescita continua allo scopo di essere adeguati non tanto a vincere ma quanto meno a pareggiare una lotta per la sopravvivenza mai dichiarata ma che certo veniva condotta già da tempo in maniera serrata.

Nacque così un piccolo pezzo: "Come vincere la corsa allo sviluppo", in cui chiarivo a me stesso per primo il perché di questo stato di cose. A quel punto, avendo compreso il problema di fondo, mi ritrovavo automaticamente ad avere la soluzione: i patti di autocontenimento demografico, economomico e tecnologico, accordi che, venendo la popolazione e le attività economiche usate metodicamente come armi d'invasione, non potevano non considerare queste variabili allo scopo di mantenere in pace gli stati fra loro. La tecnologia essendo una variabile mantenuta anch'essa sempre al massimo sviluppo principalmente per gli stessi motivi per i quali venivano fatte crescere le altre due.

Da quel momento, i patti di autocontenimento sono divenuti oggetto di continue riflessioni in una serie di vari pezzi dedicati alla cura di cui abbisogna, a mio avviso, il nostro pianeta.

Poco più tardi, lungo questo percorso evolutivo del mio pensiero, ebbi finalmente l'incontro col movimento della decrescita. Fu davvero una grande gioia: fino ad allora l'economia essendo auspicata sempre in crescita praticamente da tutti coloro con cui ero allora in contatto, sentendomi per questo in posizione fortemente anomala. Fu quindi una boccata d'aria fresca che mi riempì i polmoni della mente, rimanendo dispiaciuto solo del fatto di non aver incontrato prima tale movimento. L'incontro, per altro sempre puramente intellettuale, telematico, con loro non facendo che confermare le mie idee e permettermi di disporre di maggiore fiducia in esse.

Tutto concordava, e la luce accesasi sul dualismo crescita-decrescita, mi fece tornare ad interrogarmi sul senso della crescita, i patti di autocontenimento apparendomi sempre più mezzo elettivo tramite cui potersi attuare il mutamento di tendenza dalla prima alla seconda. Ma fu proprio a quel punto che capii, che giunsi ad una conclusione terribile. La decrescita demografica, economica e tecnologica, che tanto desideravo da sognarla in varie forme pure la notte, non era possibile ad un individuo o ad uno stato da soli, a meno che essi non si volessero suicidare, a meno che essi non volessero sparire assorbiti, se non proprio cancellati, dagli altri individui e stati.

Chiunque, persona o società, che intraprendesse da sola la strada della decrescita, in barba al valore morale del buon esempio fornito, si porrebbe infatti in una grave situazione di pericolo, piccolo calice di cristallo tra enormi giare in titanio, vedendo il suo pensiero contare pure sempre meno e venir cancellato dalle altre, più grette, meno sensibili, persone e società.

E questa appunto è la mia presente conclusione: ciò che più agogno, la decrescita, non posso raccomandarla singolarmente ad alcuna persona o società. Sarei un irresponsabile se facessi questo. Certo è che la decrescita oggi va studiata e preparata, redigendo un piano di revisione totale del nostro modo e scopo di essere. Ma prima che essa possa attuarsi occorre acquisire e realizzare una visione ed un progetto globali, solo su questo piano essendo ormai possibile la soluzione, in quanto proprio su questo piano si trova il problema di fondo.

Le cose, brevemente, stanno così: la crescita è un fenomeno sano, sanissimo, più che naturale, che un individuo non solo ha il diritto ma pure il dovere di perseguire, non foss'altro appunto per cercare di vincere il confronto con gli altri individui presenti nello stesso ambiente. Diviene un fenomeno insano, malefico, mortale quando l'ambiente che contiene gli individui in crescita è circoscritto e non ampliabile, come appunto è la nostra Terra.


Come individui, persone e Paesi, abbiamo il dovere di crescere. E' la legge di natura che lo impone. E guai a chi le disobbedisce.

Come collettività, di persone e Paesi sulla Terra, abbiamo il dovere di decrescere. E' la legge del buon senso che lo chiede. E guai se le disobbediremo.



Per tutto ciò mi ostino, e mi ostinerò fin quando non troverò o mi sarà presentata migliore teoria, a presentare la proposta dei patti di autocontenimento alla crescita: gli individui, persone e Paesi, consapevoli dell'assurda ma reale situazione in cui si sono venuti a cacciare, decidono di sottoscrivere un patto di responsabilità sociale e globale che li lega, ma contemporaneamente li unisce, ed impone loro di limitarsi nella riproduzione e nell'economia e di procedere uniti, e con cautela, nell'evoluzione tecnologica.

Se chi volesse diffondere l'ideale della decrescita decrescesse lui per primo, autonomamente, avrebbe speranze sempre minori di essere ascoltato quanto più portasse avanti da solo questo suo intento:

"Vuoi decrescere? Decresci pure, per me puoi anche scomparire, così mi pappo tutto io!"

direbbe chi invece continua a perseguire la sua crescita.


Prima i patti di autocontenimento alla crescita.

Poi, solo successivamente, potrà davvero avvenire la decrescita.

I patti di autocontenimento possono essere il mezzo tramite cui attuare la decrescita.



Pensa globalmente, agisci localmente: è proprio di questo che si tratta.
Occorre un piano ed un accordo globale per poter decrescere localmente in ogni luogo.

Ora, tutto questo può forse non significare granché per i leader politici, per coloro che usano la forza di masse che ignorano quanto accade. Al sottoscritto importa invece parecchio, perché, certo che occorrerà del tempo prima che questi percorsi di pensiero risulteranno praticati a sufficienza, fornisce ulteriore supporto di convinzione al suo prossimo, forse più difficile ma di sicuro poi non troppo spiacevole, passo: l'ecosciopero.



Danilo D'Antonio
Laboratorio Eudemonìa


Per una pace più profonda, più solida e tenace
patti-di-autocontenimento


NEP V1.1 - 10/06/37




Dalla teoria alla pratica, per cambiare il corso degli eventi, aziona il commutatore: The Switch


DIPARTIMENTO per il GIUSTO MUTAMENTO
Copyright © Laboratorio Eudemonia. Alcuni diritti concessi
Sito Web attivo dal 30 - Versione 5.0 - Webworks by HyperLinker.com