P I L c o n t r o P I L

lettera al Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, del 39/12/13




Egregio Ministro dello Sviluppo Economico,
gentilissimo Signor Claudio Scajola,


a volte, lungo l'arco della storia, si incontrano dei macigni, talmente grandi da risultare generalmente invisibili, senza rimuovere i quali, per quanto possiamo impegnarci ad agire in tutti gli altri modi possibili, non si riesce ad avanzare di un sol passo. Allo stato attuale delle cose, bloccati come siamo in una condizione di generale malvivere, lanciati a folle corsa verso uno sfacelo globale, dobbiamo capire che occorre evidentemente individuare uno dei più grossi, se non proprio il più gigantesco, macigno che l'umanità ha avuto di fronte prima d'ora.

Per capire di cosa si stratti, dobbiamo porre l'attenzione sul fatto che il nostro sistema economico, come quello degli altri Paesi sviluppati, ha ormai una forte valenza militare, di difesa ed attacco, che predomina e fuorvia una corretta funzione economica, tesa a soddisfare le legittime necessità di un popolo in una perfetta interazione col resto del mondo. La crescita del PIL è oggi l'unico modo concesso ufficialmente ad uno stato (dopo che le guerre tra stati maggiori si sono rese impossibili a causa dell'avvento delle armi nucleari) per mantenere entro livelli equilibrati la pressione, parimenti economica, che ogni altro Paese gli fa gravare addosso.

Perseguendo la crescita del PIL, i governi, ed evidentemente anche lei, Signor Ministro, cercano non tanto di soddisfare reali esigenze economiche interne, quanto di scongiurare il pericolo reale di una invasione, fors'anche dapprima solo commerciale, e di una successiva sopraffazione totale del proprio Paese da parte di qualsiasi altro che fosse riuscito a crescere maggiormente. Si tratta di un pericolo concreto, estremamente attuale, che proviene tanto dall'Occidente quanto dall'Oriente, che spiega perfettamente perchè i governi continuino caparbiamente a perseguire una crescita di stampo tradizionale, numerica e non qualitativa, ben oltre il limite che sarebbe consigliabile.

Ora: il miglior modo per metter fine ad un conflitto, anche ad una "guerra dolce" come in questo caso, per ora condotta, sì, solo con l'arma dell'economia, a colpi di PIL, ma passibile ad ogni momento di terribile degenerazione, consiste senza dubbio nel concludere dei validi accordi di pace. In questo caso, a noi spetta dapprima concepire e poi stipulare dei patti che tengano presenti non più soltanto l'uso delle armi convenzionali, come nei conflitti classici, bensì che siano propriamente di autocontenimento alla crescita di un Paese.

Occorre istituire apposite norme e commissioni internazionali che stabiliscano i livelli dei vari tipi di sviluppo, economico ma anche demografico e tecnologico (perchè tanto uno sviluppo incontrollato delle popolazioni quanto delle tecnologie hanno sempre effetti devastanti, in quanto metodicamente usati come arma d'invasione) raggiungibili da ogni Paese e con obiettività tengano sotto controllo i livelli raggiunti. Perchè la pace, così come oggi concepita, non è più sufficiente ed occorre immaginare modi accorti per raggiungere una pace più profonda, più solida e tenace.

Senza la stipula di questi patti, persino le persone dotate del miglior buon senso, che oggi nutrono il massimo rispetto, un sentimento d'amore profondo per l'ambiente naturale ed i loro consimili, non potranno infine evitare di giungere a calpestare tutto e tutti, ad esaurire ed inquinare ogni risorsa, a violare ogni diritto ed a dimenticare ogni dovere, anche ad uccidere senza la minima esitazione, pur di non veder i propri cari, se stessi ed il popolo cui più sentono di appartenere, vittime di un massacro, di uno sterminio, da parte di quei popoli che avranno preso il netto sopravvento sugli altri.

Occorre quindi, dopo una sempre necessaria considerazione della plausibilità di questa visione, aiutarla senza indugio ad emergere alla pubblica attenzione. Senza la consapevolezza che siamo già in guerra, che l'economia è usata come un'arma, tanto per salvarci quanto per aggredire, non potranno nascere degli adeguati accordi di pace, precisamente dei patti di autocontenimento alla crescita, e senza questi patti non ci potrà essere infine scampo per gran parte dell'umanità nata su questa Terra, nè forse per la biosfera stessa.

Con i patti di autocontenimento ogni cosa andrà al suo posto da sola, senza nemmeno tanta fatica, e quali che siano i nostri interessi peculiari, quali che siano le nostre preoccupazioni: diritti umani, diritto al lavoro, tutela dell'ambiente, pari opportunità, etc. etc. saremo ampiamente soddisfatti. Senza questi patti tutto andrà invece in rovina con altrettanta facilità, perchè il conflitto economico, e con esso lo scempio del nostro mondo e la degenerazione umana, non si fermerà se non quando la maggioranza dell'umanità sarà stata sgominata, fisicamente eliminata dai vincitori.

Gentile Signor Ministro, spero molto che il Governo italiano profonda grandi energie per il conseguimento di questi patti di autocontenimento alla crescita. Nessun'altra attività potrà essere più sana e salvifica per ognuno di noi fintantochè questo obiettivo non sarà stato stabilmente raggiunto.

Ed in ciò spero si palesi pure il grande, nobile ruolo che attende l'Europa.

Ringrazio e saluto rispettosamente,


Danilo D'Antonio
Laboratorio Eudemonia




Per Patti di Autocontenimento



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